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IL RAGAZZO DEL PROFONDO SUD.
by Mario Mastrogiacomo

La mattina era brumosa e fredda; la immensa stazione di Torino Porta Nuova semideserta. Ero in dormiveglia dopo quel viaggio interminabile; papà ci precedeva a passo di marcia dietro al facchino con i bagagli, mamma mi trascinava per mano, continuando a sgridarmi di fare presto.
Il portiere dell'albergo fece un cenno di saluto freddo e compassato, quasi infastidito. Ci fermammo due giorni, praticamente solo per dormire; il resto del tempo fu un continuo girare per uffici ed appartamenti da visitare. Passammo anche davanti al Collegio San Giuseppe; costruzione severa, finestroni con vetrate opache e robuste inferriate: una prigione!
" Se tu fossi più buono e diligente a scuola, papà non ti rinchiuderebbe la dentro"- disse mamma con voce quasi accorata. "Fatemi provare ancora, prometto che mi impegnerò!"- replicai guardando papà. Forse avevo aperto una breccia. "Costa un occhio della testa; e non è ancora certo che ti accettino: con quella pagella!"- borbottò papà.
Forse ci mise una buona parola anche la zia Tina; fatto sta che i miei decisero di lasciar perdere il collegio. "Però guai a te!- mi disse papà- Ti seguirò ogni giorno: se sgarri sarà il collegio, anche a costo di svenarmi."
Quando il bidello mi introdusse nella classe, il professore stava facendo l'appello. Si rivolse a noi solo dopo aver finito. Mi prese per un braccio, mi accostò alla cattedra e mi presentò ai nuovi compagni: "Questo ragazzino viene dalla Sicilia, pensate! Non sappiamo come siano le scuole laggiù. Aiutatelo e fate amicizia. Adesso comunque proviamo ad interrogarlo."
Il suo fu un interrogatorio, da inquisizione. Le sue domande erano fredde e precise; mi chiedeva cose di cui non avevo cognizione alcuna. E lui ogni volta esprimeva il suo stupore facendosi accompagnare dal coro di disapprovazione della classe. " Ma che cosa studiate dalle vostre parti? Come passate le ore di lezione, le fate veramente?" Alla fine, ormai incapace persino di pensare, mi chiusi in un mutismo totale, mentre le lacrime scendevano calde e silenziose lungo le guance. L'ultima onta il professore me la inflisse assegnandomi l'ultimo banco, da solo!

CRUDELE GIOCO DEI BUSSOLOTTI.
La mia nuova classe a Torino era la IIIa-C del Petrarca, sotto la Mole Antonelliana. Raccoglieva gli scarti delle sezioni A e B. Molti alunni erano nuovi, come me: insomma non aveva storia né credito. Ci univa tuttavia una certa solidarietà, contro le angherie del professore.
A ciascuno di noi aveva assegnato un numero. Faceva le interrogazioni estraendo da un sacchetto nero i contrassegni numerati della tombola: "per essere sicuro di interrogarvi tutti". - diceva. Infatti riponeva in un altro sacchetto nero i numeri estratti: quello degli 'interrogati'.
Quando estraeva un numero si divertiva sadicamente a creare suspense trattenendolo in mano a lungo prima di darcene lettura: alcuni minuti di vero terrore. Ma il colmo fu quando un giorno, inaspettatamente, almeno per me, annunciò che avrebbe estratto i numeri dal sacchetto degli 'interrogati': e guardava proprio me. Infatti estrasse il mio!
Andai alla cattedra tremando; l'interrogazione fu un fiasco, ancora peggiore delle altre volte. "Sapevo di non potermi fidare della tua onestà; che dopo essere stato interrogato non avresti più studiato. Domani vieni accompagnato da tuo padre: deve essere informato."
Con papà fu la rottura della fragile tregua: ripresero le penose scene delle busse, la pipì e la segregazione in camera mia senza pranzo né cena.

RIPETENTE !
A metà Giugno del 1936 si chiuse quel penoso anno scolastico del mio trasferimento a Torino. I professori avevano da tempo smesso di interrogarmi: mi ignoravano. Solo quella di matematica, che invece proprio negli ultimi giorni mi chiamò alla cattedra e con un sospiro mi annunciò che mi avrebbe dato uno striminzito sei: "Peccato. - aggiunse - Saresti dotato, ma ti mancano le basi. Te le potrai fare l'anno prossimo."
Questa apertura mi aveva acceso un barlume di speranza: "Forse verrò rimandato a Settembre in due o tre materie:"- dissi a papà, che borbottò a mezza bocca: "Parla soltanto dopo aver visto i quadri: a fine mese!"
Davanti alla bacheca si assiepava una folla di ragazzini, vocianti: "Sono stato promosso con la media del sette!" - Hai visto che Casagrande è stato bocciato!"- e così via. Sbirciando tra le teste assiepate contro il vetro riuscii ad intravedere solo che il mio risultato finale era scritto in rosso: bocciato! Mi ritrassi a sedere su un gradino dell'ingresso: ero sgomento, confuso. Mi sentivo emarginato: e solo!
Rimasi così per più di un'ora: Se ne erano andati via tutti; mi accostai alla bacheca e lessi i miei voti: alcuni quattro, tra cui anche in inglese, che ritenevo di conoscere, e due cinque: bocciato anche in matematica!
" Il bambino non era ancora maturo; abbiamo sbagliato a farlo cominciare a cinque anni."- fu il commento di mamma. Papà accettò la tesi ma trovò un ripetitore tra i suoi soldati, al quale venni affidato durante tutte le vacanze, per le ripetizioni di latino ed italiano; papà stesso, da aspirante scrittore, mi assegnava temi che correggevamo insieme. Con mamma ripassavo l'inglese. "In matematica te la saresti cavata. L'insegnante ha dovuto adeguarsi alla decisione del consiglio dei professori."- disse papà.
Ma io con la scuola avevo proprio chiuso; il suo mondo mi respingeva, non mi apparteneva: non avevo motivazioni.
Sin dal primo giorno, quando Casagrande ed io, ci mettemmo in banco insieme, la prof di inglese intervenne subito: " Quelle due 'buone lane' vanno tenute separate! Il prof di italiano e latino mi ignorava. Ma adottò con me un nuovo sistema: segnare di suo pugno sul mio diario ogni insufficienza sia in orale che in scritto, da fare controfirmare a papà. " Ma prendi soltanto brutti voti! "- mi urlò papà, prendendomi a botte. A poco valsero le mie spiegazioni: che le sufficienze non venivano segnate, che ce la mettevo tutta…Lo feci infuriare di più. Ma sembrava anche lui quasi rassegnato; e non aveva tempo, troppo preso dal lavoro.
Finchè, un giorno, il professore organizzò una gara in classe: studiare a memoria una poesia entro l'ora di italiano. Mi presentai a recitarla e fu costretto a darmi un bel nove, come a quei pochi che riuscirono. A generale richiesta, segnò il voto sui nostri diari. " Speriamo non rimanga un episodio isolato."- disse papà con tono asciutto ed incredulo.

LA FUGA DALLA SCUOLA.
Tutto cominciò quando il prof, cogliendomi in fragrante mentre copiavo da un compagno l'esercizio in classe di latino, mi interrogò, per punizione.
Mi torturò per un'ora con le domande più difficili, deridendomi di fronte a tutta la classe. Poi segnò sul mio diario un bel quattro, con un commento disastroso. " Di a tuo padre che si faccia vedere!"- aggiunse sarcastico.
Il senso di frustrazione di papà fu enorme: il lavoro non gli consentiva di passare dalla scuola, le mie spiegazioni aumentavano la sua collera, il mio atteggiamento rassegnato, distaccato scoraggiavano anche lui.
Scrisse sul mio diario un messaggio di scuse al prof , pregandolo di tenerlo informato con quel metodo sui miei risultati. "Alla prima mancanza sarà di nuovo lo scudiscio."- mi urlò, chiudendomi a chiave nella camera.
La scuola era l'emarginazione, la casa la prigione. L'unico momento di libertà era la passeggiata in bicicletta che facevo per andare e tornare dalla scuola. Anticipai l'orario di partenza da casa per allungarlo un po'.
Il giorno di una nuova nota di biasimo con un cattivo voto, arrivò presto; con l'aggiunta che anche la prof di inglese deplorava il mio contegno.
Non ebbi la forza d'animo di far vedere il diario a mio padre. Al mattino mi feci trovare a letto: "Credo di avere la febbre, mi sento male." A papà bastò una mano sulla mia fronte e contarmi le pulsazioni per ordinarmi di uscire subito dal letto e correre a scuola, infuriato.
Inforcata la bicicletta cominciai a pedalare come un corridore: verso la periferia della città, senza fermarmi mai. La mia fantasia mi aveva liberato ad una esaltante avventura. L'arrivo della gara era fissato a Susa; ma io arrancavo tra gli ultimi. Poi lo speacher descriveva la mia rimonta: "Mastrogiacomo recupera, è tra i primi: ha vinto!". La folla applaudiva.
Questa finction si ripeteva ogni giorno, sempre con una nuova meta. Ma i pomeriggi, chiuso in camera facendo finta di studiare, il magone della situazione in cui mi ero cacciato cresceva: ero in un vicolo cieco!
Cercai presto un contatto segreto col mio amico Casagrande, al quale raccontai tutto. Superato il primo stupore, corse ai ripari. "Ti passerò ogni giorno i compiti che ci assegnano; e ti terrò aggiornato sugli avvenimenti."
Quando papà, stupito di non ricevere informazioni tramite il diario, e non fidandosi delle mie affermazioni che le cose andavano meglio, chiese notizie al prof sul mio diario, mi sentii perduto. Consultato Casagrande, stilammo la risposta, che lui trascrisse imitandone la calligrafia: "…, ma si nota un lento progressivo miglioramento."
Papà se ne compiacque e, forse liberato dal suo senso di colpa, si rituffò nel suo lavoro. Da parte mia, superato l'ostacolo, mi rassegnai al peggio!
La trappola venne tesa inconsapevolmente dalla segreteria della Scuola; sotto forma di una laconica cartolina gialla arrivata per posta a papà: "Si prega di passare presso questo ufficio per informazioni."
" Lilla, tu ne sai niente?. Abbiamo pagato le tasse scolastiche?- chiese a mamma. Ed a te, Mario, non hanno detto niente?"- Ovviamente negai deciso. "Allora domani andremo insieme a scuola." Concluse, sbuffando.
Il mattino dopo uscii presto con la mia bicicletta. "Avvisa mio padre che ho dovuto andare prima a scuola: abbiamo palestra."- dissi alla donna.
E corsi via da Torino: il più lontano possibile. Feci quasi 300 chilometri, vincendo, con la mia fantasia, la più bella gara ciclistica mai fatta.

PAPA' CAMBIA REGISTRO: IL RISCATTO!
Sono le due passate e papà non è ancora tornato; sono chiuso in camera mia da più di un'ora in attesa dei suoi passi. Ho fatto tutta la pipì che potevo e messo via le cose più preziose e più fragili. Sono tesissimo.
Ed ecco il triplice suono del campanello di casa che annuncia papà: Poi il rumore dei suoi passi, ma leggeri e diretti in altra direzione. Poi silenzio.
" Chissà quale nuova tremenda punizione mi sta preparando mio padre!"- è l'unica riflessione che il mio cervello riesce a formulare; è vuoto.
" Signorino, suo padre la vuole, di la' nel suo studio.".- mormora la donna dietro il mio uscio. Sembra spaventata anche lei. Mamma non si vede.
" Entra e chiudi la porta."- dice papà con voce drammatica, sollevando appena il capo che tiene tra le mani. " Vengo da casa della zia Tina; è affranta dal dolore per la morte di suo padre; non c'è stato nulla da fare.
Ho cercato di consolarla, poi ci siamo confortati insieme; anche io ho la mia ambascia: sei tu, figliolo. La zia mi ha consigliato di parlarti, da uomo a uomo. Spiegami, fammi capire."- disse col groppo in gola. Feci appena in tempo a sedermi che proruppi in un pianto accorato. E cominciai a raccontare. Le mie parole cominciarono a sgorgare come un fiume in piena, prima tra i singulti poi sempre più cariche passione; e di rabbia. C'era tutta la storia del mio calvario e della persecuzione razziale subita.
Papà si alzò e venne ad abbracciarmi. Poi, seduto stretto accanto a me, mi propose un patto: " Tra un mese ci sono gli esami: hai il tempo e le capacità di prepararti bene. Io starò al tuo fianco, ti proteggerò dalle loro accuse, ti farò ammettere agli esami. E' l'occasione della tua rivincita!"
Il rientro in classe fu penosissimo. I compagni mi accolsero solidali; alcuni quasi come un campione. Tutti chiedevano i particolari della vicenda.
Quando il prof di lettere entrò in aula e ci alzammo in piedi, si rivolse subito a me:"Esci subito dai banchi; non sei degno di sederti in questa classe. Seguirai le lezioni in piedi, accanto alla lavagna." La prof di inglese adottò le stesse misure punitive. Quando entrò la prof di algebra e mi trovò in piedi, prima mi diede il ben tornato poi disse: "Ma cosa fai la, impalato? Vuoi già farti interrogare?"- Chiosò con una risata la punizione.
Trascorsi più di un mese con tale impegno e concentrazione da stupire anche me stesso. Durante le lezioni ero attento e partecipe, pronto a dare la mia risposta alle domande collettive. Ma al suono della campanella di fine lezioni, correvo subito a casa a studiare, sino a notte inoltrata. Tormentavo papà e mamma con richieste di spiegazioni e di aiuto: "Mamma, senti la mia esposizione di questo brano.- Papà, leggiamo insieme questo tema." Erano persino preoccupati che mi esaurissi.
Dopo tre settimane il prof di lettere sospese la punizione, riammettendomi a sedere tra i banchi; la prof di inglese si adeguò. Ma non avevano mai voluto interrogarmi. Ci volle l'intervento di papà per ottenere, proprio in estremis, che venissi interrogato per alzare la mia media di voti. Al consiglio dei professori per gli scrutini dovette intervenire il preside perché fossi ammesso agli esami: con la media minima del cinque, solo in matematica ebbi sei. Papà aveva fatto un ottimo lavoro!
Il giorno degli esami ero emozionato ma pieno di grinta. Papà aveva saputo incoraggiarmi: "L'impegno che ci hai messo è già una vittoria: il riscatto verso te stesso. Sono certo che supererai anche loro".
Solo la prova scritta in algebra non era andata bene; non ero riuscito a finire l'esercizio. Ma non avevo fatto alcun ripasso in matematica: la prof non era inclusa tra i nemici da battere. " Questo è un caso un po' particolare. - disse il prof di lettere quando venne il mio turno, rivolto al commissario esterno.- E' stato ammesso agli esami con difficoltà e molte riserve." La prof di inglese confermò.
Il commissario iniziò prima con domande facili cui risposi con sicurezza e precisione. Poi ne aumentò gradualmente la difficoltà sino ad esclamare:
" A me sembra ben preparato; anche gli scritti sono andati bene; il suo tema in italiano, pur disordinato, ha degli spunti interessanti."
La prima ad attaccarmi fu la prof di inglese, ma con un accento di stupore e disappunto: "Questo discolo si è messo a studiare solo in questi giorni! Non è giusto non tenerne conto; e non avrà certo assimilato la materia."
Il prof di lettere intervenne con maggior accanimento: era furibondo: "Vorrei fare io qualche altra domanda. Permette Commissario?"
Ma sbaragliai il campo, parai tutte le sue insidie: più lui insisteva, più mi caricavo. Dovette fermarlo il Commissario: " Va bene così: può andare."
Rivedo ancora il suo sguardo torvo, la sua bocca schiumante di rabbia, mentre uscendo con passo fermo salutavo con un sorriso il Commissario.
Di ben altro furore era pervasa la prof di matematica, quando venne il suo turno. " Mascalzone e ingrato; solo nella mia materia non ti sei preparato!"
A nulla valsero le petizioni mie e di papà. " So bene che conosce tutta la mia materia; ma un buon ripasso durante l'estate non gli farà male."
Così la mia media del sette riportata a Giugno si arricchì di un bell'otto in matematica che la prof mi diede a Settembre, senza quasi interrogarmi.
Il mio riscatto era completato: ed è stato per sempre!

The End