4 Il Confine
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Nel corso del tempo che fu' mi districai nei meandri di questa strana esistenza. Il ricordo della mia invulnerabilita' si andava affievolendo con gli anni. Riuscii a volte a porre sulla carta o nei miei ricordi distorti la tenue consapevolezza che ne restava.
In una lontana notte navigando con la furia del vento compresi che la consapevolezza della fragilita' umana fortifica i nostri cuori. Da allora un ricordo (o sogno) ricorrente mi trascina nell'oblio.
Il mare era grigio come l'olio e la barca scivolava mollemente sull'acqua lasciando appena un filo di fosforescenza dietro al timone.
Un'aria calma ma inquietante sovrastava il crepuscolo incombente e come sempre a quell'ora una certa malinconia degli animi amplificava quella sensazione.
Guardai il barometro, a sinistra sul tavolo del carteggio, e mi accorsi che nelle ultime ore era caduto di dieci punti. Non mi piaceva affatto visto che ci aspettavano buone trenta ore di navigazione. Dal rilevamento risultava che la baia di Boozcada era al traverso, eravamo leggermente indietro rispetto al previsto. Colpa del poco vento -pensai-.
Mi misi a passeggiare sul ponte mentre calava la sera e una leggera nebbia, che da principio era quasi impercettibile comincio' a prendere corpo sempre piu' velocemente. Sembrava avanzare come se fosse animata di vita propria, infatti la brezza era caduta completamente.
La visione di quelle lingue di fumo mi fece sfuocare nella visione delle sue circonvoluzioni ed ebbi come un ricordo la visione del Drago. Era un film? o cos'altro? Il drago, che fa vedere in profondita', puo' essere pericoloso e dolce allo stesso tempo. Restai immobile come se, cosi facendo, potessi passare inosservato alla nebbia che ormai mi scorreva addosso silenziosa.
Rientrai in cabina e mi misi a chiacchierare con il biondo
e Jo come al solito di capocce perse nei campi di cocomeri, mentre il medico e la ballerina erano rinchiusi a prua febbricitanti. Il medico era infatti entrato per visitare il malato e non era piu' uscito da ore. Nessuno si azzardava ad entrare per vedere cosa fosse successo nel terrore di contrarre tale terribile morbo che evidentemente aveva contagiato anche il medico stesso.
La cosa era certo sconfortante per cui nessuno ne osava parlare.
A ripensarci adesso mi sembra come che quella notte non fosse mai esistita, come il racconto fatto da qualcun' altro e forse e' proprio cosi. Il mare oleoso la strana tensione che vagava nell'aria poi quella notte lunghissima con la crescente paura per la tempesta. Io ed il biondo lottammo nell'oscurita' contro l'incalzare della morsa di quella nebbia opprimente che ci leggeva nell'anima.
Proprio nel culmine della notte, passeggiando a prua mi fermai a guardare l'onda provocata dalla barca che via via si attenuava allontanadosi dalla prua.
Dapprima indefinita, un'ombra prese corpo nel nero ondeggiamento della foschia, poi la forma si materializzo' piu' reale e presente, la testa nera del drago si delineo' ed emerse dal buio, ne sentivo il soffio ad un centimetro del viso e la mia mente si disperse in mille frammenti di pensieri. Urlai di paura "Ascorpio!". Il violento boato della saetta di Ascorpio scuarcio' le tenebre vaporizzando la visione del drago. Cascai sul ponte stordito e Jo mi disse -Tande' che stai a fa'?-. Lo Guardai sbalordito e dissi -chi sei?-. Jo mi guardo' sornione e disse -ma ti sei rimbambito?-. -Non lo so'- risposi -ho avuto una specie di incubo-.
Mi alzai incredulo e scrutai le profondita' della notte, la presenza oscura vagava nel buio della mia mente (cosi' pensai), mi riscossi da quella tetra sensazione e tornai a poppa dove il chiacchierio degli altri mi tranquillizzo'.
La notte procedeva piu' o meno tranquilla ma la preoccupazione saliva mano a mano che il malessere decimava l'equipaggio. Jo e Pablo furono ben presto costretti ad andare in cuccetta mentre il biondo restava di guardia con me.
Nella tensione che via via si accumulava cercavamo di scherzare ed il biondo raccontava storie macabre e raccapriccianti in quel suo vivido modo di narrare le cose. In un certo senso esorcizzavamo l'ombra della paura sempre cosi' presente. La preoccupazione principale (oltre all'inquietudine per la tempesta prevista) era quella di stabilire la nostra posizione poiche' una nota sul portolano riportava un errore delle carte. Inoltre dovevamo evitare accuratamente una secca pericolosa probabilmente sulla nostra rotta.
Passammo interminabili ore a fare rilevamenti su elementi della costa che reputavamo fossero la punta di Kalaban o la rocca di Kizil ma lo sgomento della possibilita' di essere in errore non ci dava pace.
Proprio nel momento in cui eravamo maggiormente preoccupati di essere a ridosso della secca di Adalari la calma assoluta della notte si dileguo' ed una brezza comincio' a spirare da sud est. Nell'oscurita' non riuscivamo a distinguere la eventuale presenza di nuvole minacciose e la nebbia anziche' dileguarsi scorreva silenziosa sul ponte. In breve la brezza si trasformo' in un vento teso che cominciava ad alzare qualche schiumetta. I nostri calcoli si moltiplicavano insieme agli sforzi per ridurre le vele ormai inadeguate alla forza del vento.
Nell'arco di una ventina di minuti il vento aveva raggiunto i 35 nodi e gia' preparavamo il fiocco piccolo per affrontare la tempesta. Cercavamo di individuare il frangersi delle onde che ci desse qualche indicazione sulla posizione della secca ma il mare corto e disordinato che si era formato ci rendeva impossibile una stima accurata. Mi avviai a prua con il fiocco piccolo per cambiarlo mentre il biondo imprecava al vento mentre si allacciava la cerata. A prua combattei con le onde che spazzavano il ponte nel frastuono assordante del vento ed il fischio delle sartie. Agganciavo i garrocci uno dopo l'altro cercando di non farmi trascinare in mare dalle ondate e dallo sbandamento della barca. Proprio mentre finivo di sistemare la scotta sopravvento con un rumore sordo il fiocco medio si lacero' e comincio' a sbattere violentemente rischiando di ferirmi.Mi attaccai con tutto il peso alla vela mentre il biondo era balzato avanti per liberare la drizza.
Entrambi lottammo aggrovigliati alla vela che ci scuoteva come fuscelli. Infine l'ammainammo e alzammo faticosamente il fiocco piccolo.
Esausti tornammo a poppa e cercammo di stabilizzare alla meno peggio l'assetto della barca che cavalcava le onde veloci.
Cercai di fare un rilevamento e mi accorsi che il mare tendeva a farci scarrocciare nella zona che reputavamo pericolosa che si trovava teoricamente sottovento rispetto alla nostra posizione.
Entrai in cabina per dare un'occhiata alla carta, dentro era un disastro, pentole che rotolavano, acqua che gocciava ovunque e la ciurma che cercava di trovare una posizione stabile nel rollio infernale. Pablo bianco come un cencio mi chiese se serviva aiuto ma gli dissi di non preoccuparsi.
Cercai di individuare la nostra posizione sulla carta ma l'incertezza del rilevamento mi lasciava sgomento. Potevamo essere seriamente vicini alla secca ma non sapendo con certezza la posizione non potevo decidere una valida modifica del nostro percorso. Improvvisamente sentii il mare meno violento ed il fragore del vento diminuire rapidamente. Sollevato da un lato ma perplesso dall'altro mi affaccia dal boccaporto e chiesi al biondo "come va??". Non capisco -rispose lui- sembra che il vento se ne stia andando. Diedi una rapida occhiata al barometro e mi accorsi sconcertato che aveva perso cinque punti. Non credo che ne siamo fuori -gli dissi-. Il biondo si guardava attorno preoccupato e disse: -vieni a vedere!-. Uscii rapidamente e chiesi -cosa succede?-.
Siamo fregati -mi rispose-. Con un cenno della mano mi indico' verso ovest e vidi un muro nero che si stagliava netto nell'oscurita' della notte.
La vera tempesta era li' pronta ad attaccare dalla parte opposta, era solo questione di minuti. Il vento da sud est casco' completamente lasciando la barca ad ondeggiare mollemente sul mare formato. Una completa calma ci aveva circondato, sembrava quasi confortante, ma il terrore ci attanagliava la gola.
Non sapevo cosa pensare ero come impotente di fronte a quello spettacolo maestoso. Con un nero increspamento del mare e rapide ochette la prima violentissima raffica si abbatte' sulla barca mollemente in balia della calma.
La barca si chino' scricchiolando sotto la spinta del vento.
Il resto e' confusione sotto uno spaventoso succedersi di rotoli di acqua e vento in un mare verde-bianco illuminato tetramente dai fulmini pericolosamente vicini. Pensai che forse saremmo colati a picco ma non sentivo piu' la morsa della paura. L'urlo della tempesta mi divento' familiare e la galoppata della barca in fuga quasi mi tranquillizzava. E' virtu' dei fortunati morire in battaglia o nel cuore dell'uragano, sopravvivere puo' essere difficile.
L'inquietudine della nostra fragilita' non mi abbandono' mai piu' per il resto del tempo. La tempesta duro' sei ore di una violenza inaudita, non era possibile fare niente. A malapena reggevo il timone per dare un assetto allo scafo e cercavamo di sopportare le ingiurie dell'uragano.
La secca, il faro, l'isola, non ci interessavano piu'.
Fare un punto in quelle condizioni era impensabile, per cui restavamo aggrappati l'uno all'altro senza parlare attoniti nell'osservare quello stupefacente spettacolo.
Come spesso accade nella vita, gli eventi si susseguono rapidi e si perde il passo. L'indomani, nel primo pomeriggio, dormivamo accartocciati l'uno sull'altro mentre la barca ondeggiava mollemente sull'acqua, alla fonda in una baietta accogliente con il rumore assordante delle cicale e il caldo violento del sole di mezzogiorno. Il reggae ci faceva compania nel sonno tranquillo.
Poco dopo la barca riprese vita, Jo come al solito stava appollaiato a poppa ad esibirsi in spettacoli osceni, il biondo e Pablo dolente si beffavano della ballerina ancora sconvolta dalla malaria, io come al solito, ciuff.. tuffa dentro e salta fuori mi godevo lo splendore dell'azzurro Egeo.
l'atmosfera di quei momenti e' impareggiabile.
La nostalgia violenta mi attanaglia spesso, la serenita' accade poche volte nella vita.
Un cappuccino, una corsa in moto, le nottate alla Cajattas con il solito Casciottone a parlare di strafiche che sculettano al vento. A volte mi chiedo quale sia la mistura giusta della felicita'.
I ricordi sono dolorosi ed appaganti, la saggezza e' riposta in quei segreti nelle menti degli anziani.
Un rumore leggero ma insistente mi riporto' lentamente alla realta'.
Allora? -sentii-
Eh? che ore sono -chiesi-
Le due -rispose la voce-
Mi resi conto che il cosmo dello "screensaver" mi aveva magnetizzato.
Lo vieni a prendere un caffe'?
No.. grazie.. purtroppo non posso... -risposi quasi balbettando.
I ricordi, le favole, i miti un ginepraio di sensazioni mi frullavano per la mente, la melanconia mi prese inesorabile come un sonno profondo dal quale e' difficile destarsi.
Nel fluire del mio tempo mi ritrovo davanti ad un maledetto computer a filosofeggiare sul mistero dell'esistenza maledizioni... piano che il gorgo mi riprende.
E' tempo di pensare al lavoro -esclamai ad alta voce come per destarmi completamente.
dovevo finire il calcolo delle variabili stocastiche della diffusione probabile di un carattere genetico
in questo caso il prodotto del gene in questione era un effetto psichedelico dovuto ad un retrovirus, che codificava per una proteina con caratteristiche di cromoforo, tale gene se impiantato in un organismo lo rende luminescente, con una specie di luce lungo i suoi contorni, a questo si aggiunge un atteggiamento euforico (genere King-Kong) misto ad uno stato di rilassamento. Una via di mezzo tra l'effetto di un' ecstasi e quella di una canna con un caffe'.
L'attivazione del gene era apparentemente dipendente dalla volonta' della persona e quindi dal suo umore.
Sfumature di colore e intensita' della luminescenza variavano cosi' come gli effetti mentali e fisici a seconda dello stato d'animo.
L'individuo non era tuttavia menomato nella sua capacita' di agire.
Cio' lo rendeva particolarmente equilibrato ed in grado di utilizzare tutte le sue energie al meglio. Godeva inoltre di una facolta' cognitiva particolare dovuta alla possibilita' della allucinazione spesso a carattere premonitorio.
Come si puo' dedurre questo gene, se espresso, produceva una sostanza dalle notevoli potenzialita' neurologiche.
La ricerca era ancora in fase sperimentale e sotto stretto controllo e nessun umano era stato impiantato fino ad ora.
Solo qualche esperimento che comportava la semplice inalazione della sostanza attiva. Tuttavia questa sostanza si distruggeva rapidamente e gli effetti non erano modulabili ne' potenti come lo sarebbero stati nel portatore del gene.
La sostanza gia' circolava come costosissima droga che andava sotto il nome di "Draghee", ma la vera ambizione dei fanatici era l'impianto del gene.
Mossi il mouse e i codici sullo schermo continuavano impazziti. E' in un loop -pensai-.
Come al solito e' impazzito -esclamai nervosamente guardando lo schermo-
Qualcosa nelle costanti o nelle variabili relative. Guardai il listato degli imput per la centesima volta e tutto mi sembrava normale, tuttavia era evidente un problema. La funzione era in un loop non ridondante. Cio' poteva significare un problema. Secondo quel tipo di risposta quel gene era destinato o a non poter esistere o ad essere gia' esistito, entrambe le opzioni erano impossibili.
Uno perche' quel gene era derivante da una elaborata manipolazione genetica. Era praticamente una computazione sintetica creata in laboratorio inserita in un vettore retrovirale e successivamente soggetta a complicate manipolazioni genetiche. In poche parole non esisteva in natura. Due perche' esisteva materialmente; era li' sotto i miei occhi, perfettamente funzionante nel pescetto rosso balugginante di una luce soffusa.
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Ero stanco di osservare il continuo conteggio dei numeri del computer nel suo sforzo di trovare una variabile reale per la computazione.
In realta' non mi interessava neanche tanto, pensavo di piu' ad una favola mitologica che mi suscitava uno strano fascino, non so' piu' quale fosse.
E' un probema trovare il bandolo della matassa nel labirinto della mente umana tanto piu' in quella universale.
Ero stanco di rincorrere i pensieri cosi' come il continuo scorrere dei numeri sullo schermo -ho voglia di un caffe'- dissi ad alta voce.
Come per rispondere alla mia richiesta mi alzai e mi avviai alla ricerca del caffe'.
Tornai una decina di minuti dopo e restai piacevolmente colpito dal constatare che il computer aveva finito la sua estenuante analisi.
Sullo schermo lampeggiava fastidiosamente il risultato: "Temporal paradox".
-Bene e questo che significa?- pensai.
Trovai nel file dei messaggi di errore cio' che cercavo.
La definizione era la seguente: "Temporal paradox = riscontro di una computazione che assume un paradosso temporale. Incongruenza nella sequenzialita di sviluppo' ".
La cosa non mi aiutava particolarmente e con un misto di sdegno e stupore, restai imbambolato a guardare lo schermo.
L'arcana frase poteva voler significare qualunque cosa.
Decisi di fare una ricerca sull'esistenza di altri casi di paradossi temporali registrati e inoltrai la richiesta al computer.
L'elaborazione fu inaspettatamente veloce e mi comparvero sullo schermo una serie di cosidetti paradossi temporali e la descrizione e/o l'interpretazione.
Il piu' antico era quantomeno sconcertante andava sotto il nome imponente di Dio (con tutte le varie religioni incluse)
Mi domandai se fosse uno scherzo del programmatore. Sebbene scoraggiato cominciai ad analizzare uno per uno i dati presenti in archivio sul fenomeno di paradosso temporale.
Evitai quello troppo mistico dell'esistenza di una divinita' ma mi soffermai su di uno che era quantomeno curioso. Andava sotto il nome di "discontinuita' temporale parallela" e originava dall'ipotesi di poter modificare un evento storico per mezzo di un viaggio nel tempo. Piu' semplicemente si trattava di una teoria che teneva conto della possibilita' di un viaggio nel passato di persone o cose, che modificando la storia, potevano generare una realta' alternativa che si discostava da quella reale. Si generava cosi' un tipico paradosso temporale che portava alla esistenza teorica di due realta' distinte, due mondi paralleli diversi che si evolvevano con modalita' diverse.
Si puo immaginare la realta' come una linea (la linea del tempo) infinita. Una divergenza temporale genererebbe una seconda dimensione, un altra linea sullo stesso piano bidimensionale. Infinite linee potrebbero coesistere. Allargando la visuale di una ulteriore dimensione porterebbe ad una serie di linee che si svilupperebbero in uno spazio tridimensionale. E si potrebbe andare avanti all'infinito aggiungendo dimensioni una dopo l'altra senza fine. Per stranissime speculazioni matematiche sembrerebbe, pero', che tale condizione di confusione porterebbe ad una maggiore instabilita' del valore dell'entropia, rischiando quindi il disastro fisico denominato con il triste nome di morte inerte. Il grigiore, la mancanza di forma, l'impossibilita' della definizione l'annullamento della realta'.
Tuttavia senza dover giungere all'estremo, l'esistenza di sole due realta' parallele poteva far si' che tracce di una sconfinassero in un'altra lasciando quindi vestigia di fenomeni sconosciuti ad una realta' ma ben noti ad un'altra. Per farla breve la lampada di Aladino non e' di questa realta'. Tuttavia se essa esistesse in una dimensione parallela potremmo trovarne le sue vestigia. Trovare quindi le tracce di qualcosa che non esiste.
Proprio questo era l'argomento del paradosso temporale.
Un problema intricato che tuttavia aveva dato origine a svariate ipotesi e a non poche speculazioni mistiche.
Come entrava a far parte di questo quadro il mio gene in fase di studio restava un mistero. Tuttavia la relazione piu' plausibile era la considerazione che Draghee non era un prodotto dell'evoluzione, era un costrutto sintetico, in pratica non poteva esistere. Tuttavia il computer in qualche modo ne ritrovave le tracce nella memoria genetica del nostro mondo.
Affascinato da questo pensiero mi distesi sulla poltrona e meditabondo guardai la cristallina trasparenza del Draghee. Cercai di allontanare da me l'idea di assaporarne l'odore. L'effetto era travolgente si aveva una violenta trasformazione mentale e fisica. L'impressione di una capacita' di percezione incredibile ma l'impossibilita' del controllo. Questo aspetto era particolarmente frustrante e si traduceva rapidamente in uno stato di depressione e di debolezza. Il problema era insormontabile senza l'impianto del gene. La mancanza di somministrazione regolata la rendeva solo dannosa alla stregua di una droga comune come l'eroina o la cocaina.
Pensai al fatto che molti studi per rappresentare gli effetti di draghee (o volgarmente drago) erano stati fatti usando le tecniche di realta' virtuale. Ovviamente queste "ricostruzioni" peccavano del difetto di essere tali. Non erano la realta'.
Quale fosse nella sua interezza l'effetto del drago ancora nessuno lo sapeva.
Assorto nei miei pensieri non mi rendevo conto che distrattamente stavo annusando la fiala aperta. alcuni istanti dopo fui preso da un tremolio alla palpebra, un leggero brivido mi attraverso' la spina dorsale e bumm! un vorticare di colori e lampi che rimbalzavano sulle pareti della stanza. Lo schermo del computer mi apparve come un fascio di raggi intensi che esplodevano fuori dallo schermo. Con lo sguardo potevo seguire ogni singolo raggio e seguirlo per miglia come ci viaggassi sopra. Avevo un senso di euforia ma non frenetica direi piuttosto paciosa. Avevo la sensazione di poter decidere di saltare da raggio all'altro ma venivo invece trascinato all'impazzata rimbalzando da una radiazione all'altra senza potermi dirigere. L'allucinazione si trasformava in un groviglio di luci ed un senso d'ansia mi prese. Urlai di paura mentre la sedia si rovesciava. E' finito -Pensai! Restai sdraiato a terra guardando il soffitto della stanza riprendere corpo nel groviglio luminoso. Un senso di impotenza e tristezza mi assali'. Stai calmo -pensai- ora ti riprendi subito! Dovevo averne inalato veramente poca infatti rapidamente riprendevo il controllo della mente.
Porcaccia la vacca ma che fai? -urlo' Jo sulla soglia-. Ma che fai? te sei intossicato come al solito. Stai attento per la miseria! Lo sai che significa sostanza sperimentale?? Te lo sei dimenticato che la gente non puo' dipendere su scienziati sciroccati. Falla finita Jo, aiutami invece non lo vedi che non riesco ad alzarmi in piedi. Te piace er drago -disse jo- eh? Bravo! Bravo guarda come stai. Su vieni andiamo a mangiare un boccone.
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